Privacy Policy Costo Energia: qualche considerazione - Sud Notizie
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di Giovanni Perillo *

 Negli ultimi mesi il caro bollette è diventato una delle maggiori preoccupazioni degli italiani, e lo stesso si può dire di tutta Europa. Aumenta la “povertà energetica” delle famiglie, che non possono permettersi di scaldare o illuminare a sufficienza la propria abitazione. Mentre alcune aziende (in particolare quelle impegnate nei settori più energivori, come acciaio e chimica) sono costrette a sospendere la produzione o a spostare i turni di lavoro negli orari off-peak, quelli in cui il costo dell’energia è minore.

 In Italia, il prezzo netto dell’elettricità per l’industria a gennaio è stato il secondo più alto d’Europa: 225 euro per megawattora. Di poco più basso di quello spagnolo (243 €/MWh) e non lontano da quello francese (211 €/MWh), ma ben il 34% superiore ai prezzi in Germania.

Solo nove mesi fa lo scenario era molto diverso, con prezzi in Italia nell’ordine dei 60 €/MWh: comunque maggiori rispetto a quasi tutti paesi europei presi in considerazione, ma con differenze quasi trascurabili se rapportate alla situazione attuale. A una base di partenza più alta è poi corrisposto un aumento tra i più significativi in Europa: da marzo 2021 i prezzi italiani dell’elettricità sono aumentati di 3,7 volte.

Così, il costo dell’energia per le imprese italiane potrebbe toccare i 37 miliardi di euro nel 2022, una cifra quasi 5 volte superiore rispetto al 2019, e in salita persino rispetto ai già elevati 21 miliardi del 2021. Per confronto, la “bolletta” per le imprese prevista per il 2022 sarebbe da sola superiore all’intero ammontare dei fondi destinati dal PNRR al Ministero della Transizione Ecologica (34,9 miliardi di euro). Se i prezzi dovessero rimanere a questi livelli, la crescita del PIL italiano potrebbe essere dello 0,8% inferiore al previsto nel primo trimestre del 2022, e quasi un terzo (500mila) dei posti di lavoro nei settori più energivori sarebbe a rischio.

L’incremento del costo dell’energia elettrica all’ingrosso non è altro che il riflesso del fortissimo aumento dei prezzi del gas nei mercati in Europa. Un aumento repentino, che in soli nove mesi ha portato il prezzo del gas dai minimi del 2020, i livelli più bassi degli ultimi vent’anni, al picco del mese scorso (+520%). Picco che è il livello più alto mai raggiunto nella storia del commercio di gas nel continente. E, anche se oggi i prezzi sembrano in leggera diminuzione, il divario con il 2020 resta considerevole (+360%).

A loro volta, i prezzi del gas sono aumentati inizialmente per ragioni economiche ma poi, negli ultimi mesi, prevalentemente geopolitiche. Da un lato, la ripresa economica post-lockdown si è rivelata più rapida del previsto, facendo aumentare la domanda di gas (assieme a quella di tutte le altre materie prime); dall’altro, la produzione elettrica europea da energia rinnovabile – soprattutto eolica – nel 2021 si è rivelata più bassa dell’atteso, facendo ulteriormente lievitare il ricorso al gas. Infine, da maggio dell’anno scorso la Russia ha ridotto del 25% le proprie forniture verso i paesi europei, con un picco del –40% a gennaio.

Tuttavia, per capire perché i prezzi dell’elettricità sono aumentati così tanto proprio in Italia dobbiamo guardare ai mix energetici dei diversi paesi europei.

Tra tutti i paesi Ue, infatti, l’Italia è il paese che più fa ricorso al gas naturale e ciò per diverse ragioni.

Innanzitutto, l’Italia non produce elettricità da energia nucleare, mentre la Francia, per esempio, riesce a produrre quasi i due terzi del suo fabbisogno elettrico sfruttando l’atomo (che dunque conta per ben il 36% nel suo mix energetico totale).

Dal lato delle energie rinnovabili, l’Italia è più avanti rispetto alla Francia, ma più indietro rispetto a Germania e Spagna. Le alternative che restano sono dunque tutte fonti fossili. In questo senso, tra i tre paesi l’Italia sarebbe il più “virtuoso”, perché si avvale soprattutto della fonte fossile che produce minori emissioni per quantità di energia prodotta, il gas naturale. La Spagna fa invece più ampio uso del petrolio (44% del mix energetico nazionale), mentre la Germania utilizza ancora molto carbone (più del triplo rispetto all’Italia), anche a causa del previsto phase-out delle centrali nucleari entro fine 2022.

I prezzi dell’elettricità sono però una questione complessa. Il nucleare è infatti utilizzato soprattutto per soddisfare la domanda minima di energia elettrica (il c.d. “carico di base”), mentre i prezzi dell’elettricità si formano al massimo della domanda. Questo significa che, se per far fronte al picco di domanda devo accendere una centrale a gas, il prezzo finale sarà determinato dal prezzo del gas. Un “problema” che tocca meno quei paesi, come la Germania, che producono molta elettricità con il carbone. Ma che colpisce la Francia, che ha molto nucleare ma anche molte centrali a gas.

A ciò aggiungiamo anche che le tasse costituiscono una quota significativa dei prezzi finali che i consumatori pagano per l’energia. Oltre al costo della materia prima, infatti, a concorrere ai forti prezzi dell’energia elettrica sono anche le tasse imposte da ciascun paese. L’Italia paga già prezzi dell’energia elettrica al netto delle tasse tra i più elevati in Europa, e simili a quelli di Francia e Spagna, le quali, tuttavia hanno tassazioni ridotte, rispettivamente del 19% e del 13%. L’Italia, invece, ha la seconda pressione fiscale sull’energia più alta d’Europa (41%), seconda solo alla Germania (50%) e dunque doppia rispetto alla Francia e tripla rispetto alla Spagna.

Fatti tutti i conti, e in attesa della certificazione ufficiale di Eurostat, i prezzi finali al consumo italiani risultano così i più elevati d’Europa anche nel primo trimestre del 2022.

A fronte di un prezzo finale dell’energia (gas ed elettricità) così elevato, dallo scorso autunno i governi europei hanno adottato una serie di misure, e altre sono in arrivo. Il tipo di misure può variare: si passa dalla riduzione della tassazione sull’energia all’imposizione di tetti sul prezzo del gas all’ingrosso o finale, a sussidi diretti ai gruppi più colpiti o vulnerabili.

A prescindere dalla loro eterogeneità, tutte queste misure hanno un costo. Dall’autunno scorso a oggi, tra i grandi paesi europei la Francia è quello che più è intervenuto, con misure per un totale di circa 16 miliardi di euro. L’Italia segue con 10 miliardi e, probabilmente, si avvicinerà molto alla cifra francese. Al contrario, la Germania è il paese che ha resistito più a lungo al varo di misure di sostegno, che sono entrate in vigore solo lo scorso gennaio e che comunque copriranno un importo inferiore (al momento circa 7,5 miliardi di euro).

In proporzione al PIL di ciascun paese, se come pare le misure al varo in questi giorni in Italia dovessero avere un valore intorno ai 6 miliardi di euro, l’Italia sarà il paese che avrà speso di più per far fronte alla crisi (quasi l’1% del PIL), seguita da Francia (0,7%), Spagna (0,53%) e solo all’ultimo posto la Germania (0,24%).

(*) Professor at Cranfield University
Adjunct Associate Professor at Wessex Institute of Technology

 

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