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Da macellaio ad attore: per tacer della caccia al cinghiale

di Flavio Pagano *

Nel “presunto innocente” di qualche tempo fa ci siamo occupati della Sagra del Cinghiale di Dugenta, appuntamento che, per il grande successo che riscuote, continuerà – dal venerdì alla domenica – fino all’11 ottobre. E ci siamo occupati dei fratelli Di Caprio, la cui famiglia ha ideato questo grande evento e lo gestisce da oltre mezzo secolo: e, se oggi torniamo a parlarne, è perché alla storia s’è aggiunto un tassello importante, che ci dà l’occasione di toccare un tema che ci sta a cuore.

Il successo, questa la nostra tesi, è frutto prima di tutto di una grande passione per quello che si fa, di una profonda empatia con il pubblico: e infatti, Mariano Di Caprio, del quale avevamo sottolineato il sorprendente talento comunicativo, è stato notato anche da un regista (la produzione è in corso e non possiamo né rivelare il nome dell’autore del film, né tanto meno il titolo) che l’ha voluto sul set. Il giovane macellaio è diventato così attore, e interpreta un ruolo che del resto gli appartiene anche nella realtà: quello del cacciatore. Accanto a lui, infatti, come nella foto che abbiamo scelto, anche nella scena del film c’è un magnifico esemplare di cinghiale.

Ma qual è, dunque, il “presunto innocente” di oggi?

La risposta è semplice: la caccia. Uno dei temi più divisivi del dibattito italiano, capace di suscitare estremismi da stadio.

Ma per Mariano Di Caprio, macellaio, attore e cacciatore, il problema va affrontato dalla giusta angolazione: “La caccia”, spiega lui, “è prima di tutto un’arte. La gente deve prendersela con i cattivi cacciatori, non con quelli che rispettano gli animali e la natura. La mia attività prevede la caccia per dare una fonte nobile alla filiera della mia produzione di carne. Io offro ai miei clienti una carne di cinghiale che non proviene da allevamenti. Nella nostra azienda riproduciamo in scala il comportamento degli antichi: la caccia serve a portare cibo sulle tavole, e a farlo offrendo un prodotto di altissima qualità e di bontà incomparabile.”

La posizione è chiara e francamente appare solida. Non è la caccia il “male”: ma i cattivi cacciatori. Quelli che fanno stragi inutili di pennuti o di animali a pelo, quelli che si improvvisano e girano per le campagne con le canne della doppietta carica ad altezza d’uomo. Quelli che considerano la caccia uno sport, e non un’attività necessaria.

Ora l’apertura della caccia è vicina, e noi desideriamo prendere posizione con fermezza: non si può uccidere per sport, non dovrebbe essere neanche permesso. Non ci sentiamo di assolvere chi abbatte animali per divertimento. Ma la caccia finalizzata alla produzione di cibo, è un’attività che sarebbe profondamente ipocrita condannare.

Condanniamo invece gli allevamenti intensivi, chi tiene i cani a catena, chi costringe uccelli o conigli in gabbie minuscole. Chi maltratta e abbandona i propri animali.

A queste persone non concederemo mai la presunzione d’innocenza. E invochiamo pene più severe per chi si macchia di reati così vili.

Ben venga dunque il sorridente e solare Mariano Di Caprio che, con suo fratello Francesco e tutta la famiglia, difende la tradizione, la passione, il talento, il rispetto per la Natura e la sacralità del gesto di andare a caccia per nutrirsi, ripudiando il perverso piacere di uccidere.

(*) scrittore

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