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‘Figlie uniche’. il romanzo d’esordio di Claudia Marin

NAPOLI –  Claudia Marin, giornalista per il Quotidiano Nazionale, pubblica il suo primo romanzo dal titolo “Figlie uniche”, edito da Rubbettino Editore – Edizioni Iride. Napoletana con ascendenze venete, romana di adozione, la giornalista si è dedicata alla scrittura sin dai banchi delle scuole elementari, collezionando storie e racconti. Solo stavolta, però, ha deciso di venire allo scoperto.

Figlie uniche, in particolare, è un romanzo individuale e corale allo stesso tempo. Parla di solitudini e di necessità di carezze, di abbracci, di slanci che superino gli egoismi, le peculiarità del carattere e dei destini individuali. È narrato dallo sguardo della protagonista, Costanza, dalla sua capacità e necessità di scrutare dentro se stessa, nel senso e nel nonsenso, orientata verso una vita pienamente vissuta, libera dai fantasmi del passato e dalle complicazioni imposte dalla sua mente ipercritica, autoironica, perennemente alla ricerca di una perfezione che, nel momento in cui sembra raggiungibile, si sposta di un ulteriore centimetro e le sfugge.

Costanza vive nel cono d’ombra di sua madre, Celeste, splendente e forse intangibile, generosa ma in apparenza algida, concentrata unicamente su se stessa, sul suo passato difficile superato con una saldezza mentale quasi sovrumana, e sul suo lavoro di pittrice di successo. Costanza avrebbe tutto per essere altrettanto contenta di se stessa: la professione medica, il benessere finanziario, un marito devoto sempre presente nei momenti in cui c’è bisogno di lui. Ma il confronto, illogico ma ineluttabile, con la sua geniale e sfolgorante madre, la condiziona, la limita, la fa vivere con il freno a mano delle incertezze costantemente inserito.

L’accadimento che genera il mutamento mettendo in moto una progressiva “agnizione”, un dialogo tra le due donne a volto finalmente scoperto, è quello descritto in apertura. Nel primo capitolo del romanzo si narra la nascita della figlia di Costanza. La protagonista si rende conto, razionalmente e per istinto, che in seguito a quell’evento niente sarà più come prima. Dovrà abbandonare la rassicurante condizione di trentenne ancora adolescenziale come attitudine e mentalità, e dovrà finalmente guardare nello specchio il volto autentico di ciò che realmente è, le sue debolezze, le malattie reali e quelle immaginarie, ma anche i punti di forza, le energie nascoste proprio nei luoghi che teme di attraversare, nelle verità che ha paura di cercare e di scoprire.

Lo specchio è uno dei simboli più rilevanti del romanzo. Uno specchio allo stesso lineare e stratificato, complesso, a livelli multipli, sovrapposti e contrapposti. Riflette un’immagine semplice, immediata, e al tempo stesso simbolica e metaforica. Sofia, la figlia di Costanza, è l’immagine della madre ma è al tempo stesso una proiezione anche di Celeste, sua nonna. È una sorta di ponte tibetano, estremamente complicato da attraversare, percorso da scosse e venti giovanili, da energie e cupezze, da intelligenza e da ingenuità. Grazie a questo ponte, Costanza e Celeste troveranno modo di avvicinarsi, gradualmente, esitanti, ognuna con il suo passo diversissimo, discordante, ognuna con i suoi testardissimi orgogli, con una sfida che volta dopo volta si rinnova.

Questo romanzo contiene un microcosmo femminile. Un universo che è assolutamente intimo, fatto di gesti e di pensieri, di confessioni aspre e di desideri di dolcezza. Lo specchio a cui si è fatto cenno è il romanzo stesso. Una superficie in cui tre volti si sovrappongono ma in cui ogni lettrice (ma in fondo anche ogni lettore) può riconoscersi trovando qualcosa di sé, del suo presente e del suo passato, della difficoltà, grande, vitale, a ritagliarsi uno spazio autonomo nel mondo, in quello familiare e in quello esterno. Una dimensione in cui potersi esprimere per ciò che realmente si è e si vuole.

La malattia irrompe nella trama mettendo ulteriormente a nudo caratteri e rapporti personali.

Costanza si ammala di melanoma. E allo stesso tempo deve pensare a proteggere sua figlia, dai suoi dolori personali e da quelli che la malattia comporta. Celeste, in quei frangenti, senza rinnegare se stessa, rivela la parte più umana della sua personalità. Quella che era emersa dai racconti della sua infanzia trascorsa in un orfanotrofio, prima della fama che l’avrebbe portata di colpo in Francia, tra le luci della fama, in compagnia di un amore che costituisce anche il nodo da sciogliere del romanzo, quello concernente l’identità del padre di Costanza.

Il romanzo spazia tra presente e passato con un costante gioco di rimandi che a sua volta ricalca le rifrazioni a cui si è fatto riferimento: i volti delle tre donne, delle loro tre generazioni e personalità, si scontrano, si respingono, si accostano come in un bacio finalmente tenero, senza orgogli, per poi respingersi e cercarsi di nuovo. I tre personaggi principali del romanzo sono distinti, diversi, in eterno conflitto, eppure, nel profondo, non hanno misura, non hanno senso e non hanno amore, se non una nell’altra e per l’altra.

Il romanzo genera un duplice processo: in primo luogo la personalità della protagonista, Costanza, compressa tra orgogli e paure, tra la voglia di gettarsi nella vita come in una piscina, finalmente libera e coraggiosa, e sul fronte opposto, il timore dell’ignoto, dell’imponderabile, del non calcolabile. Ulteriore sfaccettatura, strettamente correlata alla prima, è la coesistenza delle tre protagoniste, tre esseri fieramente autonomi, e, come suggerisce il titolo, unici.

Il finale del romanzo, coerentemente aperto, offrirà un punto di vista per cogliere allo stesso tempo le singole parti e la figura d’insieme. Lasciando però spazio ad ulteriori punti visuali, ad altre ottiche, tra cui, determinante, quella del lettore, chiamato non solo a scegliere un proprio personale punto di osservazione ma anche ad entrare in prima persona all’interno della cornice, portando con sé le proprie paure e i propri desideri più autentici, le proprie, irrinunciabili, unicità.

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