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I nodi al pettine nel Mezzogiorno. Tracce di lavoro per scioglierli

di Osvaldo Cammarota (*)

Nelle intenzioni programmatiche del Governo sul Mezzogiorno, non si rilevano analisi e proponimenti dissimili da quelli riscontrabili nella letteratura degli ultimi trent’anni e più.

Nella eccezionalità della crisi pandemica e ambientale i richiami alla responsabilità sono più forti, ma i problemi indicati sono quelli che già da tempo attraversano l’intero Paese: ricostruire con i giovani; nel contesto europeo; con nuovi modelli di sviluppo sostenibile (ambientale e sociale); moderne infrastrutture; riforme per rendere efficace il Sistema Pubblico.

Sul Mezzogiorno si dice che “… per attrarre investimenti privati, nazionali e internazionali, occorre garantire legalità e sicurezza” e che “L’attore fondamentale perché tutto funzioni meglio è la Pubblica Amministrazione”. A dire il vero, anche questo è un problema nazionale; sebbene si presenti in forme diverse nelle diverse aree del Pese, ed è al centro e alla periferia dello Stato.

Seppur si può convenire sull’analisi, resta da capire con quale strategia operativa e contestuale si voglia passare dalle parole ai fatti. Sappiamo che la finanza, da sola, non basta.

I giovani di trent’anni fa si cono cimentati con questi problemi

La crisi degli anni ’90, infatti, può ben essere considerata un prodromo della situazione attuale, di un contesto solo aggravato della pandemia. Ne richiamo sommariamente i caratteri: crisi degli Stati-Nazione; contraddittorie applicazioni dei principi di Sussidiarietà e Decentramento dello Stato; contrastato processo di unificazione europea; globalizzazione e finanziarizzazione della società e dell’economia; crisi del modello fordista e del welfare state; crisi delle rappresentanze; emergenze ambientali; … e altro. Nel Mezzogiorno vi fu anche il “trauma” della chiusura della Casmez, senza trarre, ancora oggi, alcun insegnamento dai tentativi di superare quella esperienza.

Se le capacità di Ripresa e Resilienza risultano deboli è perché questi problemi, rimasti irrisolti da almeno trent’anni, si sono ulteriormente aggravati. A conferma mi limito ad osservare che dopo trent’anni di politiche comunitarie per la Coesione e Sviluppo, i risultati sono molto al di sotto delle aspettative, nonostante il consistente volume di risorse pubbliche per essi investito.

I “giovani di trent’anni fa” sperimentarono proprio una strategia operativa contestuale per produrre Coesione e Sviluppo. Era fondata su elementi semplici ed essenziali: il Territorio, i suoi valori e le sue comunità, in attuazione del principio comunitario di Partecipazione.

Fu una stagione densa, creativa, ma contrastata. Chi volesse approfondire, trova spunti nel breve saggio “Il sistema pubblico del ‘900, predica coesione e produce dispersione”[1]

Oggi i nodi sono venuti al pettine. La pandemia ha rivelato la fragilità degli Stati-Nazione; l’Unione Europea mostra di voler recuperare la sua ragion d’essere, e, per questo, chiede agli Stati di produrre Coesione e Sviluppo, nei tempi rapidi richiesti dalla attuale situazione di crisi.

Se si intende accedere ai fondi NextGenerationEU, infatti, bisogna dimostrare di saperli utilizzare per promuovere un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla sostenibilità ambientale e sociale. Per questo motivo l’innovazione del Sistema Pubblico (Politica e Amministrazione), non è un optional; è un requisito preliminare.

Sul punto, le tracce di lavoro sullo sviluppo orientato ai luoghi, sperimentate negli anni ’90 e tutt’ora in corso di sperimentazione con la Strategia Nazionale per le Aree Interne, possono servire al Paese, ai giovani di oggi, affinché essi e le nuove generazioni non invecchino invano.

[1] https://www.politicameridionalista.com/2021/01/08/il-sistema-pubblico-del-900-predica-coesione-e-produce-dispersione/

(*) Operatore di Coesione e Sviluppo Territoriale

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