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Il piano di rilancio di Draghi, un’occasione unica per risolvere la Questione Meridionale

di Francesco Castagna (*)

Finalmente Mario Draghi ha svelato le carte: il PNRR (il piano nazionale di ripresa e resilienza) prevede investimenti per 222 miliardi di euro, pari al 13% del PIL nazionale, dei quali 191 miliardi di euro provengono dai fondi UE allocati appositamente per aiutare la ripresa a valle della pandemia da coronavirus. Il piano, in fase di approvazione, prevede tante iniziative e molte buone proposte. Vengono stanziati 57 miliardi di euro per la transizione all’energia verde, compresi gli investimenti nell’idrogeno e nella rete elettrica italiana. Il 40% di questa voce di spesa vuole rendere gli immobili più efficienti dal punto di vista energetico.

L’Italia, in questo campo, è all’avanguardia in Europa, ha investito in tante energie alternative ed è pronta a fare ulteriori passi da gigante nei prossimi anni. Resta da rimuovere l’incertezza normativa che ha scoraggiato negli anni passati gli investimenti da parte del settore privato. Altri 42,5 miliardi di euro sono destinati alla digitalizzazione, di cui 12 miliardi di euro per la necessaria e non più rinviabile digitalizzazione della pubblica amministrazione, mentre la restante parte è allocata per l’innovazione e la competitività delle imprese e per ridurre il digital divide, estendendo finalmente la connettività internet a banda larga a tutto il Paese. Si ricordi che l’Italia si è classificata al quartultimo posto nella classifica UE per la competitività digitale relativa all’anno 2019. Ulteriori 23,5 miliardi di euro sono destinati alla mobilità sostenibile, di cui la maggior parte della spesa andrà a potenziare la rete ferroviaria, soprattutto l’asse di collegamento tra Nord e Sud, estendendo la copertura dell’alta velocità da Salerno a Palermo.

Un’importante voce di spesa sarà destinata alla modernizzazione dei porti che sono un asset fondamentale per una nazione completamente immersa nel Mediterraneo ed incrocio millenario degli scambi commerciali tra Est ed Ovest del mondo. All’istruzione vanno 30 miliardi di euro. L’Italia spende meno in questo settore rispetto a tanti Paesi europei con il risultato che solo il 27 per cento degli italiani ha una laurea, il secondo tasso più basso dell’Eurozona, dove la media si attesta intorno al 40 per cento. Al mondo del lavoro vanno 12,6 miliardi di euro, con un focus particolare dedicato alla crescita delle quote rose e per stimolare maggiormente l’imprenditorialità femminile. Anche in questa partita siamo indietro: solo la metà delle donne italiane ha un lavoro, il più basso tasso di partecipazione femminile che si registra in Europa.

Gli uomini italiani hanno il doppio delle probabilità delle donne di essere coinvolti nell’avvio di una nuova impresa. D’altronde, resta un altro grave problema nel mercato del lavoro che riguarda le leggi e la relativa regolamentazione. Un sistema che non asseconda la libera concorrenza essendo troppo legato a concessioni e licenze, unito ad una forte rigidità in uscita, porta ad una terribile discriminazione sociale: i giovani lavoratori sono sempre più precari mentre quelli anziani si ritrovano in posti di lavoro ben protetti e garantiti. Ma la vera ed importante indicazione che arriva dal PNRR è rappresentata dal fatto che il 40 per cento di tutta la spesa sarà destinata al Sud. Il commercio e l’industria sono concentrati soprattutto al Nord, dove i redditi e il tenore di vita sono paragonabili a quelli di Francia, Germania e Paesi Bassi. Il Sud è un paese diverso. È afflitto da alta disoccupazione e fuga di cervelli. Un italiano su tre vive a sud di Roma, ma l’area produce solo un quarto del PIL del Paese.

La rete Internet a banda larga, la digitalizzazione e le ferrovie più veloci, potrebbero aiutare a ridurre considerevolmente questo divario. Altro aspetto fondamentale riguarda la riorganizzazione del sistema giudiziario, con l’assunzione di personale aggiuntivo per abbreviare i processi e semplificare le procedure. La giustizia italiana è una macchina ingolfata e notoriamente lenta. I processi civili richiedono in media 8 anni per giungere ad una conclusione, nonostante i recenti tentativi di miglioramento messi in atto dai precedenti governi. L’Italia è purtroppo anche uno dei peggiori paesi del mondo occidentale in cui avviare una nuova impresa: tempi lunghi per le autorizzazioni necessarie e l’esigenza di una nuova regolamentazione per i gestire i fallimenti.

Come scrive Angelo Forgione, scrittore e giornalista sul suo blog “Oggi è più nitida la descrizione di un risorgimento che non fu quel necessario processo democratico a beneficio di una comune identità di diversi popoli, ognuno con la propria da rispettare, ma fu purtroppo costruzione politica fondata sulla prepotenza, sulla violenza e sull’arte della diplomazia e condotta da un’élite che, per dirlo alla Salvemini, fece la – rivoluzione dei ricchi – mettendo il Nord contro il Sud, non con il Sud. Quel che stato è stato, si chiede, e pazienza se la questione meridionale italiana è un unicum nel panorama internazionale per durata e proporzioni della sperequazione che l’alimenta. È problema nostro, e lo sarà ancora per molto se i danari del Recovery Fund non risolveranno quel che devono risolvere espressamente: il divario Nord-Sud nato nel secondo Ottocento”.

Anche per questo il nuovo ‘rinascimento digitale’, che sta sorgendo dalle ceneri di uno dei momenti storici più difficili mai vissuti dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, è un’occasione unica per il nostro Paese e per cancellare definitivamente la Questione Meridionale.

(*) imprenditore, manager e docente di ingegneria economico-gestionale

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