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Il restauro delle opere di Mapplethorpe alla Reggia di Caserta

di Luca Sorbo *

La fotografia è un oggetto intrinsecamente instabile. Il suo formarsi per azione della luce ne determina anche il suo possibile deteriorarsi. Altri nemici pericolosissimi delle emulsioni fotosensibili sono l’umidità e gli sbalzi di temperatura.

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Nel laboratorio del restauro della carta della Reggia di Caserta è in atto un importante ed impegnativo intervento di restauro a cura di Sandra Maria Petrillo. Le foto alla gelatina all’argento di Mapplethorpe, facenti parte della mostra Terraemotus, ideata dal geniale gallerista Lucio Amelio, erano gravemente danneggiate. Vi erano evidenti segni muffa e rigonfiamenti della gelatina che in alcuni punti avevano asportato l’emulsione fotosensibile rendendo visibile il supporto. Vi erano graffi e le immagini si erano ondulate per i movimenti della gelatina alle variazioni di umidità.

L’intervento, non semplice, ha cercato di consolidare l’immagine attraverso la pulitura e la eliminazione delle muffe. Dove non vi era più emulsione sensibile si è proceduto ad un tratteggio neutro, riconoscibile da vicino, ma che da lontano dava all’immagine il suo splendore, questo sempre nel rispetto dei principi del restauro codificati da Cesare Brandi.

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Al fine di attuare un intervento filologico è stato indispensabile ricercare tutte le informazioni su come è stata prodotta l’opera, quali sono stati i vari allestimenti e le sedi espositive. Mapplethorpe non stampava personalmente le sue opere, ma si affidava ad operatori professionali e si fidava particolarmente di Tom Baril, con cui ha collaborato per oltre un decennio. Il tutto accadeva nello studio newyorkese dell’autore, dove Baril si occupava sia dello sviluppo dei negativi sia della stampa. Mapplethorpe gli chiedeva di utilizzare, sotto l’ingranditore, uno schermo di vetro opaco. In questo modo si aveva il particolare effetto di avere immagini di grande nitidezza, perché realizzate attraverso l’uso di fotocamere di grande formato, ma allo stesso tempo di avere una morbidezza sia nei contorni che sulle pelle dei soggetti spesso nudi.

È il primo restauro di questa complessità che viene attuato nel Mezzogiorno e speriamo che sia finalmente l’inizio di una nuova attenzione per i tanti archivi fotografici, anche di notevole importanza, che in molti casi sono abbandonati.

Ricordiamo che la collezione Terraemotus, di proprietà della Fondazione Amelio e donata alla Reggia di Caserta nel 1993, è una straordinaria mostra realizzata all’indomani del devastante sisma del 1980 ed ideata dal geniale gallerista Lucio Amelio, che la definì “Una macchina per creare un terremoto continuo dell’anima”.

(*) esperto in storia e tecnica della fotografia
già docente Accademia di Belle Arti

(Foto di Luca Sorbo)

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