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La POLYPHÕNIA di Pino Musi tra sperimentazione e progettualità

di Luca Sorbo (*)

Uno spazio buio, degli attori che si muovono in scena illuminati da una luce diretta, un ragazzo di quindici anni con la sua Zorki cerca di confrontarsi con ciò che accade. È il 1973 e quell’esperienza di visione di uno spettacolo di Jerzi Grotowsky fu un imprinting decisivo per la ricerca visiva e le ricerche di senso di uno dei fotografi europei più interessanti, originario di Salerno, che oggi vive a Parigi: Pino Musi.

La mostra Polyphönia, a cura di Stefani Zuliani, al tempio di Pomona, fino al 4 settembre, è l’ultimo atto di una lunga ricerca che si è nutrita del confronto tra i linguaggi, di una sperimentazione continua per trovare un equilibrio tra forma, contenuto e contenitore, senza orpelli e ridondanze, evitando il rischio di un segno che, cercando una sua originalità, diventasse solo vuoto manierismo. Sono sessanta foto, stampate personalmente dall’autore e montate al vivo, che interagiscono tra loro e con lo spazio del tempio come una partitura musicale. Il tempio di Pomona è parte dell’opera, non è una cornice, e le foto sono come delle note. Lo spettatore può vivere il contrasto tra questo luogo ricco di storia e le immagini che rappresentano i confini spesso anonimi delle città.

Pino dice: “La fotografia che mi interessa è quella che dopo aver fatto i conti con il suo dentro comincia a fare i conti col suo intorno. Una fotografia inquieta che non trova l’alibi per assestarsi nella confort zone del suo riquadro, ma che è sempre disposta a rimettersi in gioco nel dialogo con gli spazi di fruizione e ripensare il suo ritmo. Un oggetto mobile che si ridefinisce nello spazio, pur mantenendo una matrice di contenuto stabile.”

La genesi dell’esposizione è da ricercare nella lunga collaborazione con l’architetto ticinese Mario Botta, nella mostra Face city presentata alla Biennale dell’architettura di Venezia del 2012, dove ventuno immagini erano montate come un’unica sequenza orizzontale di 91×15 metri, e soprattutto nel libro Border Soundscapes. Un libro quest’ultimo pensato come un 33 giri, in cui la sequenza delle immagini è elaborata come una scrittura musicale. La macchina libro è diventato uno dei suoi interessi principali, cerca di immaginare tutti i possibili modi in cui la fotografia può vivere ed interagire dentro di esso. Un esempio molto riuscito di questa sperimentazione è anche _08:08 Operating Theatre.

Nel suo fare c’è un’ossessiva ricerca di consapevolezza, uno studio attento, un documentarsi continuo, una ricerca di equilibrio tra passione e razionalità che si nutre sempre di serietà, impegno ed onestà.

(*) esperto in storia e tecnica della fotografia
già docente Accademia di Belle Arti

Foto di Luca Sorbo 

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