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L’armonizzazione contabile e l’effetto sui Bilanci

di Ferdinando Capuozzo (*)

Nel tentativo di affrontare le criticità finanziarie degli Enti Locali il Legislatore è intervenuto con una norma che tra poco compirà dieci anni.

Attraverso, infatti, il D.Lgs. 118 del 23/06/2011 è stata realizzata, innanzitutto, un’omogeneità effettiva e non solo formale dei Bilanci e dei Rendiconti degli Enti Locali. Tra i principi fondamentali della norma occorre sottolineare due aspetti. Il primo è certamente il principio della competenza finanziaria c.d. potenziata, che, sulla base dell’esigibilità, ha imposto agli enti che le obbligazioni siano registrate quando sorgono, con imputazione alle scritture contabili negli esercizi in cui sono esigibili.

Il secondo è l’introduzione fondo crediti di dubbia esigibilità, come strumento diretto a prevenire crisi finanziarie dell’ente, impedendo la possibilità di spendere entrate potenzialmente non esigibili (dunque, a garanzia della spendibilità di entrate reali).

Il Decreto, inoltre, ha esteso la contabilità economico patrimoniale a tutti gli enti territoriali, al fine di dare rilevanza agli equilibri economico-patrimoniali e migliorare significativamente gli strumenti informativi e di valutazione. Con l’entrata a regime del D.Lgs 118 è stato imposto agli Enti di adottare il c.d. il bilancio consolidato, per rappresentare la situazione patrimoniale e finanziaria ed il risultato economico di ciascun ente unitariamente a quella dei propri organismi, enti, aziende e società controllate o partecipate, che compongono il “gruppo amministrazione pubblica”, considerato come un’entità economica unitaria, a prescindere dalle specificità economiche e giuridiche dei soggetti che lo compongono.

Particolare importanza, nell’ambito dell’armonizzazione contabile, è il ruolo del Fondo Crediti di Dubbia Esigibilità (FCDE).

Gli accantonamenti a tale Fondo, finalizzato ad evitare che l’ente entri in sofferenza finanziaria per aver speso entrate non reali, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, mettono in evidenza che il valore del FCDE sono più alti in Sicilia, Calabria e Campania. In tali Regioni, infatti, il rapporto tra FCDE ed entrate correnti assume valori superiori all’8%. Nelle Regioni del Nord, invece, il valore del FCDE raggiunge un valore massimo di circa 5,35% (Piemonte) rispetto alle entrate correnti.

La norma non prevedendo la differenziazione di applicazione in base alle diverse situazioni di partenza ha contribuito, purtroppo, ad allargare il divario tra Nord e Sud. Il Nord, storicamente con una percentuale di riscossione dei crediti più elevata, ha assorbito, quindi, l’armonizzazione contabile senza grossi traumi.

Le ragioni di una maggiore capacità di riscossione degli enti situati nel Nord dell’Italia vanno ricercate anche nel fatto che il reddito pro-capite prodotto al Sud è circa la metà del reddito pro-capite prodotto al Nord.

Gli enti locali situati al Sud, pertanto, non potendo fare affidamento su entrate potenziali per effetto dell’appostamento del FCDE, sono stati costretti, nella maggior parte dei casi, a far leva sul prelievo fiscale aumentando, paradossalmente, la probabilità di non riscuotere. E’ facile intuire che più aumenta la pressione fiscale minore è la possibilità di riscuotere nelle aree, soprattutto, più depresse del Paese.

Il risultato e che i cittadini del Sud del nostro Paese, anche per gli effetti del FCDE, sono costretti a pagare maggiori imposte e tasse locali a fronte di servizi sempre meno efficienti.

(*) commercialista

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