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Lello Mazzacane tra visual antropology e archivi fotografici

di Luca Sorbo *

Una delle esperienze più significativa per la cultura fotografica italiana, ma non sempre adeguatamente ricordata, è stata l’attività di studioso e fotografo di Lello Mazzacane.

Docente per molti decenni di Storia delle Tradizioni Popolari alla facoltà di Sociologia della Federico II, è stato il punto di riferimento per generazioni di ricercatori, studenti ed appassionati che hanno indagato il ruolo della fotografia nella ricerca antropologica.

La sua vicenda ha inizio negli anni Settanta del Novecento confrontandosi con il lavoro del grande antropologo napoletano Ernesto De Martino che nelle sue indagini sul fenomeno del tarantismo in Puglia si era affiancato un reporter di assoluto valore come Franco Pinna. Lello Mazzacane, continuando queste esperienze di studio, pensa che se è l’antropologo stesso a fotografare il risultato può essere più efficace. Far diventare una figura unica il fotografo e lo scienziato sociale ha portato alla nascita di una nuova disciplina denominata visual antropology , tesa a fornire una consapevolezza nell’uso del mezzo fotografico e cinematografico. Mazzacane ha cercato di codificare un metodo pratico dell’uso della fotografia nella ricerca e afferma: “Quando si va ad analizzare un cerimoniale – in particolare mi sono dedicato alle feste – ci si deve sforzare di utilizzare la fotografia per fini scientifici e con una metodologia adeguata e non in funzione meramente descrittiva. Il fotogiornalismo quasi sempre non va oltre una mera descrizione.

L’antropologo dal canto suo non è interessato all’estetica e non utilizza in modo appropriato il linguaggio fotografico. È stato così anche per i grandi antropologi come Levi Strauss o Malinowsky che inserivano le documentazioni fotografiche in fondo alle proprie pubblicazioni come cosiddette “tavole fuori testo”, dove la fotografia era utilizzata nel modo più neutrale possibile ed aveva una funzione meramente descrittiva e spesso sostitutiva del disegno. Il fotografo era quindi solo un esecutore per conto dell’antropologo.

Il problema era dunque quello di rovesciare questo rapporto, ma di rovesciarlo in modo metodologico sfruttando al massimo le potenzialità del linguaggio fotografico. assegnando alla fotografia non solo una funzione descrittiva, ma anche una più propriamente interpretativa. La mia ricerca è stata una serie di passi successivi lungo questa strada. Purtroppo ho pubblicato relativamente poco rispetto al lavoro svolto, ma anche nelle pubblicazioni sparse ho mantenuto una coerente impostazione di metodo. Ad esempio nell’analisi delle feste ho scattato decine di migliaia di fotografie: il mio archivio è composto da circa sessantamila immagini, la gran parte sulle feste popolari meridionali. Poi si è trattato di sintetizzare e presentare questo materiale in alcune pubblicazioni, tra cui la prima Perché le feste e dopo dieci anni Struttura di festa . Tutto il materiale fotografico sulle feste è stato ridotto ad un numero estremamente limitato di foto. In Struttura di festa compaiono solo trentatre foto, suddivise in tre tipi: le sacre rappresentazioni, le feste patronali ed i pellegrinaggi. Queste sono le tre grandi famiglie di feste religiose esistenti nel Meridione d’Italia.”

L’attività di studioso del Lello Mazzacane ha trovato un altro ambito d’indagine nella ricerca degli archivi fotografici principalmente della Basilicata, Puglia e Campania. Purtroppo l’attenzione delle istituzioni culturali verso gli archivi è stata minima e quindi molti sono stati dispersi. Le fotografie sono state recuperate solo in base al loro valore artistico trascurando l’enorme e prezioso materiale degli studi fotografici che possono essere considerati dei veri e propri luoghi della memoria. L’importante è, però, prima di prelevare le foto dal loro contesto raccogliere informazioni su chi ha realizzato l’immagine, quando e perché: è necessario che le foto non siano “mute” e che, quindi, abbiano tutta una serie di informazioni di corredo. È necessaria una metodologia di carattere prettamente antropologico. A questo fine Mazzacane ha assegnato oltre cento tesi di laurea sugli archivi fotografici, che sono conservate presso la Facoltà di Sociologia e sono denominate serie argento dal colore della copertina, rigorosamente argentata: esse rappresentano un primo tentativo di un censimento sistematico per province degli studi fotografici di area meridionale.

È anche un nuovo modo di considerare la storia della fotografia che non è solo la vicenda di pochi autori, ma di tutti coloro che hanno svolto l’attività di fotografo anche se solo a livello locale.

Notevoli anche le sue esperienze di presentazioni multimediali, in cui con l’uso di più diaproiettori creava situazioni spettacolari ed efficaci per mostrare un lavoro di studio.

Ricordiamo durante la mostra Napoli Antica al Museo Archeologico l’installazione in una grande sala circolare della multivisione Mare antico di Neapolis.

Un’altra multivisione di grande successo fu quella dei Gigli di Nola, che fu presentata in diverse università europee ed americane.

Il suo lavoro si è intrecciato con quello dei più più grandi fotografi italiani del Novecento come Mario Cresci, con cui ha realizzato il libro Lezioni di fotografia, che è anche una riflessione sulla specificità del linguaggio fotografico .

(*) esperto in storia e tecnica della fotografia
già docente Accademia di Belle Arti

(Il ritratto di Lello Mazzacane è di Salvatore Di Vilio ed è stato realizzato a Guardia Sanframondi nel 1982 durante i riti settennali)

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