Privacy Policy Unione Industriali Napoli: Il Sud leva per il rilancio competitivo del Paese - Sud Notizie
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Unione Industriali Napoli: Il Sud leva per il rilancio competitivo del Paese

Riceviamo e pubblichiamo il documento dell’Unione Industriali Napoli, presieduta da Costanzo Jannotti Pecci, per i confronti, programmati a Palazzo Partanna, con leader politici nazionali in vista delle elezioni del 25 settembre.

Questo documento si propone di porre all’attenzione delle forze politiche impegnate nella tornata elettorale spunti concreti di riflessione, su cui sviluppare un dialogo costruttivo con chi rappresenta l’impresa napoletana e costituisce la più importante e numerosa territoriale del sistema confindustriale nel Mezzogiorno.

Viviamo una fase storica caratterizzata da rischi rilevanti, tra cui tensioni internazionali che si riflettono sul quadro economico globale.
Nel contempo vi sono, come sempre nelle svolte epocali, anche notevoli opportunità. Per il nostro Paese, c’è la possibilità concreta di avviare a superamento il principale dei suoi problemi storici: la riduzione del divario territoriale.

Di qui la scelta di focalizzarsi su un tema centrale per il futuro dell’Italia intera.

Non significa naturalmente trascurare questioni decisive per lo sviluppo dell’area metropolitana, della Campania e dello stesso Sud, che abbiamo posto in passato e sulle quali continueremo a confrontarci con il prossimo Governo.

Tra le tematiche prioritarie in tal senso figurano: il presupposto fondamentale di una maggiore sicurezza per i cittadini e gli operatori economici; le grandi opzioni di riconversione e rigenerazione urbana legate al rilancio di Bagnoli, Napoli est e area vesuviana (con la realizzazione del CIS Vesuvio Pompei); la gestione dei grandi attrattori culturali; gli interventi di potenziamento del sistema dei trasporti, della logistica e dell’intermodalità, a partire dal porto; il decollo della Zes campana.

Su ciascuno di questi punti ci impegneremo quotidianamente con proposte e iniziative concrete.

Mezzogiorno motore produttivo del paese

Al di là della congiuntura obiettivamente drammatica attraversata dall’Italia e dall’Europa, il nostro Paese ha un problema di competitività che si trascina da decenni e che può essere affrontato soltanto varando le riforme strutturali di cui si discute spesso e si realizza poco.

Vanno innalzati i livelli di produttività del sistema Italia. È possibile, creando condizioni di maggiore attrattività per gli investimenti.

Questa operazione va realizzata con maggiore incisività nel Mezzogiorno, vale a dire nell’unica macro area del Paese che sconta un deficit di infrastrutture e di servizi pubblici, che ha tassi di disoccupazione molto elevati, territori non saturi per nuovi insediamenti, risorse umane giovanili qualificate disponibili, attualmente spesso costrette a trovare sbocchi occupazionali altrove.

Su questo tema, ovvero su come valorizzare finalmente le potenzialità del Mezzogiorno nella prospettiva di dare vita al nuovo motore produttivo del Paese, il dibattito politico è assente. Ma sono assenti anche ricette, punti di vista, dibattiti, visioni alternative.

Il Sud, la vera leva su cui il Paese può agire per invertire la tendenza al declino confermata, per tutte le regioni nessuna esclusa, dall’andamento del Pil pro capite, è pressoché ignorato o considerato al più marginalmente dalle forze politiche e dai loro programmi.

Eppure, ridurre fortemente il divario occupazionale del Sud è la sola strada praticabile per uscire dalle secche di un debito pubblico anomalo, che per decenni ha condizionato pesantemente le potenzialità di crescita del Paese, amplificando la portata delle crisi finanziarie di inizio secolo in ragione della limitatezza del raggio d’azione di governi, che altrimenti avrebbero potuto fronteggiarle con l’incremento della spesa in conto capitale.

Creare occupazione vera, non nuovi assistiti, al Sud, significa estendere la sua base produttiva, aumentando notevolmente il PIL nazionale. Con un conseguente forte incremento dell’imponibile e una graduale ma duratura riduzione del debito.

Il gap del Sud va quindi assolutamente colmato, utilizzando con rigore ed efficacia le considerevoli risorse in dotazione.

Meno fisco per compensare le diseconomie

Nel frattempo, peraltro, non è pensabile che una struttura economica ricca di eccellenze produttive, ma nel complesso sottodimensionata rispetto alle necessità di assorbimento dell’offerta di lavoro, possa aggiungere al peso delle diseconomie territoriali quello degli effetti dannosi dei ‘cigni neri’ che hanno colpito l’Europa e il mondo intero.

Occorre mettere le imprese che operano nel Mezzogiorno in condizione di competere ad armi pari con la concorrenza, utilizzando innanzitutto lo strumento della fiscalizzazione degli oneri sociali. Strutturando il meccanismo di incentivazione in modo da assicurare una premialità a chi investa in cervelli e centri direzionali nel Mezzogiorno.

Bisogna che questa forma articolata di compensazione fiscale per le imprese attive nel Sud sia duratura, e che quindi il nuovo Governo ponga al centro della sua interlocuzione con Bruxelles il problema, piuttosto che gestirlo in termini emergenziali, strappando ogni sei mesi proroghe mai rassicuranti per chi intenda sviluppare iniziative produttive su scala pluriennale.

A finanze pubbliche consolidate e dunque con maggiori disponibilità di risorse, piuttosto che tornare indietro, si potrà allargare il beneficio al resto del Paese.

Una struttura nazionale per promuovere lo sviluppo

Naturalmente, come si accennava, alla politica industriale finalizzata al riequilibrio e alla coesione territoriale, va aggiunta la realizzazione delle riforme.

Quella della giustizia in primo luogo, rendendo finalmente operante il principio della certezza del diritto per operatori economici altrimenti alla mercé di qualsiasi speculatore o truffatore, galeotta la tempistica dei processi.

Vi è poi l’esigenza di intervenire sul piano dell’assetto istituzionale definendo una legge elettorale che consenta di assicurare condizioni di stabilità politica e di governo.

Non è stato così per troppi anni, è tempo di individuare modelli – se necessario anche mediante interventi sulla prima parte della Costituzione – più performanti, mutuabili o comunque utilizzati da altri paesi occidentali, che, adattati alle specifiche esigenze nazionali, realizzino l’obiettivo di buonsenso indicato.

Importante e urgente è anche la riforma del titolo V della Costituzione.

Vanno ricentralizzate funzioni essenziali per il regolare svolgimento delle politiche di sviluppo economico.

Bisogna creare una struttura di coordinamento nazionale a Palazzo Chigi, finalizzata a mettere a sistema progetti e interventi in grado di incidere strutturalmente per la soluzione dei problemi del Paese, a cominciare dai divari territoriali.

Semplificando e riducendo, nel caso di grandi progetti di sviluppo territoriale, anche le tempistiche di confronto istituzionale con Regioni e Città Metropolitane.

Il tema dell’autonomia differenziata, in una nazione in cui l’unitarietà del Paese è un valore imprescindibile, può trovare soluzione soltanto nel quadro di interventi, precedenti e inderogabili, funzionali ed efficaci per il superamento del divario.

In termini di prestazioni e servizi per la collettività, vanno definiti e realizzati concretamente i LEP, i livelli essenziali di prestazione rapportati a fabbisogni standard e quindi tali da assicurare il pieno esercizio di diritti di cittadinanza per ogni area della Penisola.
Occorre, cioè, superare una volta per tutte, l’iniqua metodologia della spesa storica!!!

In termini di contesto socio economico e produttivo, va assicurato il superamento del divario infrastrutturale e di servizi alle imprese.

È in questo scenario che è possibile riconsiderare uno strumento come il PNRR, potenzialmente decisivo per avviare a soluzione il problema del dualismo da cui è afflitto il Paese.

Va sostenuto il tessuto produttivo delle Pmi, zoccolo duro del “Made in”, che nel Sud deve superare le difficoltà aggiuntive determinate da un gap di infrastrutture e servizi destinato progressivamente a ridursi con la realizzazione del Piano. Vanno supportate le filiere produttive, favorendo l’aggregazione per rendere più competitivi i sistemi territoriali, definendo strumenti mirati per i diversi comparti.

Una eventuale revisione non potrà certo superare il vincolo delle risorse del 40% al Sud, che è un portato logico tra l’altro della stessa griglia di criteri con cui Bruxelles ha deciso di assegnare la maggior parte dei fondi di Next Generation Eu all’Italia.

Andrebbero se mai eliminate lacune come la mancata, puntuale previsione di un potenziamento del trasporto merci nelle regioni meridionali, condizionate da costi elevati di autotrazione e insufficienza di manodopera.

Dobbiamo, insomma, riportare realmente il Sud al centro delle politiche di sviluppo del Paese. E per farlo, naturalmente, non si può tornare indietro su passaggi istituzionali fondamentali per conseguire l’obiettivo, come ad esempio il Patto per Napoli, presupposto per il superamento di una situazione di sostanziale commissariamento non formalizzato, che, al di là di carenze pur vistose della precedente amministrazione, ha segnato il passato recente della principale città del Mezzogiorno. Se mai, se si rinvengono disponibilità, si possono aumentare le risorse a supporto dell’operazione di risanamento e rilancio.

Energia. Misure strutturali e per l’emergenza

Quanto al tema dell’energia, bisogna finalmente superare la navigazione a vista, pur provvedendo a ridurre un’emergenza che rischia altrimenti di mandare fuori mercato migliaia di aziende.

Va impressa una forte accelerazione a impianti di rigassificazione, allo sviluppo delle rinnovabili nella sede di elezione dove già si è manifestato il maggiore trend di crescita, ovvero il Mezzogiorno.

Occorre avere la forte determinazione politica di riprendere per il medio termine l’opzione nucleare per gli impianti di nuova generazione.

Va perseguito fortemente, in ogni caso, l’obiettivo di assicurare alla Penisola margini di autosufficienza produttiva molto più ampi.

Sull’immediato, va rivista l’entità dell’impegno finanziario concepito dal Governo per ridurre l’impatto dell’emergenza, con percentuali di copertura davvero risibili rispetto al danno subito dagli operatori economici.

Un intervento ben più poderoso è attuabile senza pesare in maniera eccessiva per le casse dello Stato, ripartendo l’importo su scala pluriennale attraverso un meccanismo rodato come il credito d’imposta. Ribadiamo al riguardo la nostra proposta di un credito d’imposta del 60-70% utilizzabile nell’arco di cinque esercizi finanziari.

Unione Industriali Napoli

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